Come un borgo dei Monti Prenestini divenne per secoli un centro nevralgico politico, sociale ed ecclesiastico
C'è una prospettiva comune, quasi rassicurante, che vorrebbe i borghi arroccati dei Monti Prenestini come luoghi appartati, custodi silenziosi di una storia minore, vissuta ai margini dei grandi eventi. Capranica Prenestina smentisce questa prospettiva a ogni pagina della sua vicenda. Chi guarda alla sua rupe calcarea come a un rifugio fuori dal mondo commette un errore di scala: per quasi un millennio quel borgo è stato, al contrario, un punto di intersezione dove si sono incrociate — e spesso scontrate — le tre grandi forze che hanno plasmato il Lazio meridionale. Il potere feudale dei baroni, l'autorità universale del papato e la fede popolare che trovava nella pietra dei santuari il proprio centro di gravità.
Capranica non fu spettatrice di questa storia. Ne fu snodo, posta in gioco e teatro. E per capire perché, occorre seguire tre fili che, nel borgo, non corrono mai paralleli ma si annodano continuamente l'uno all'altro.
Santuari di respiro europeo e cardinali che orientarono i conclavi
Pedina strategica nella secolare partita tra Colonna e papato
Una comunità che nasceva da una fuga collettiva e risorgeva ogni volta
Prima ancora di essere un feudo conteso, Capranica fu un luogo di Dio. E non un luogo qualunque.
Sul versante del Monte Guadagnolo, dentro il territorio comunale, si apre una grotta che la tradizione lega a uno dei nomi fondativi del monachesimo occidentale. Tra la fine del V e l'inizio del VI secolo, Benedetto da Norcia vi si sarebbe ritirato per due anni di isolamento assoluto, prima di scendere a fondare i suoi monasteri di Subiaco. Non un dettaglio agiografico marginale: significa che una delle radici spirituali dell'intera civiltà monastica europea affonda proprio in questa montagna.
Su quella rupe sorse il Santuario della Mentorella (o della Vulturella), tra i più antichi luoghi di culto mariano d'Italia e d'Europa. La sua consacrazione istituzionale porta una firma pesantissima: nel 594 papa Gregorio Magno e sua madre Silvia donarono formalmente la rupe ai benedettini sublacensi. Furono i monaci, nei secoli successivi, a fare del sito un centro vivo, edificando nel XII secolo la chiesa romanica a tre navate, impreziosita da pavimenti cosmateschi e arredi di straordinario valore.
Il punto da cogliere è questo: già nell'alto Medioevo, Capranica ospitava un polo di pellegrinaggio di respiro continentale. La montagna non era isolata — era un indirizzo che l'Europa cristiana conosceva.
Ma la centralità ecclesiastica del borgo non si esaurisce nella pietra dei santuari. Passa anche, e forse soprattutto, attraverso le persone. Da Niccolò Capranica e da sua moglie Iacobella nacquero qui due tra le figure più influenti della Curia romana del Quattrocento:
Un borgo che genera cardinali capaci di orientare l'elezione dei papi e di mettere mano ai conti della Chiesa universale non è provincia: è, a tutti gli effetti, vivaio della classe dirigente ecclesiastica del Rinascimento.
Se sul piano spirituale Capranica dialogava con l'Europa, sul piano politico dialogava — e si scontrava — con Roma.
La sua fortuna e la sua sventura hanno lo stesso nome: Colonna. La potente famiglia ghibellina, ostile al centralismo pontificio e storicamente legata al Regno di Napoli, estese nel XII secolo la propria influenza sui Monti Prenestini. Il 7 febbraio 1252 un atto formale di divisione dei beni familiari assegnò ufficialmente Capranica a Oddone Colonna, integrando il borgo nel vasto sistema difensivo prenestino del casato. Non era un possedimento decorativo: arroccato su una rupe, affacciato sui passi che scendono verso la valle del Sacco, il castello era una posizione d'avanguardia, un occhio militare sul territorio.
Questa collocazione strategica fece di Capranica un bersaglio ricorrente ogni volta che il papato decideva di piegare i Colonna. E il papato lo decise più di una volta, con una durezza che oggi lascia senza fiato.
Il conflitto tra papa Bonifacio VIII e i cardinali Giacomo e Pietro Colonna esplose nel 1297 con l'assalto colonnese al tesoro papale e la proclamazione del Manifesto di Lunghezza, che contestava alla radice la legittimità del pontefice. La risposta fu di una violenza inaudita: nel 1298 Bonifacio VIII bandì una crociata contro i beni dei Colonna. Le milizie papali espugnarono Colonna, Zagarolo e Palestrina. Capranica, feudo colonnese, subì la stessa sorte: il castello smantellato, i beni della popolazione confiscati, la giurisdizione assorbita temporaneamente dalla Camera Apostolica. Il borgo pagava, con la propria distruzione, la fedeltà ai suoi signori.
La ruota girò nel modo più clamoroso possibile. Nel 1417 fu proprio un Colonna, Oddone, a essere eletto papa con il nome di Martino V, chiudendo il Grande Scisma d'Occidente. Il feudo umiliato vent'anni prima si ritrovava, di colpo, legato al vertice stesso della cristianità. Martino V risanò i possedimenti di famiglia, restituì i territori confiscati, avviò la ricostruzione militare: a questa stagione si deve la possente torre campanaria del borgo, snodo di segnalazione nel sistema difensivo integrato dei Monti Prenestini.
La parabola di Capranica — distrutta da un papa, risollevata da un altro papa uscito dalla stessa casata — dice meglio di ogni analisi quanto il borgo fosse dentro, e non fuori, la partita del potere romano.
L'ultimo grande atto militare arrivò con la Guerra di Ferrara, che innescò nel Lazio la cosiddetta guerra dei baroni. Quando Sisto IV voltò le spalle al Regno di Napoli, i Colonna rifiutarono di allinearsi e si ribellarono. Contro di loro si mossero gli Orsini e le milizie papali di Girolamo Riario.
L'accanimento di quella campagna ha un simbolo che vale la pena ricordare: la vicina Cave, dopo aver resistito, fu punita da Sisto IV con un decreto che ne ordinava la cancellazione dalle carte geografiche dello Stato Pontificio. Un pittore, Antonio di Giuliano, fu torturato, bandito e privato di ogni bene solo per averla disegnata su una mappa. Non si combatteva soltanto il territorio: si combatteva il diritto stesso di esistere sulla carta.
Nell'agosto del 1484, le truppe pontificie di Paolo Orsini cinsero d'assedio Capranica. La fortezza avrebbe potuto reggere a lungo. Cadde invece dopo appena due giorni, non per la forza degli assedianti ma per il tradimento di Romanello Corso (o Corsetti), comandante della guarnigione colonnese, che consegnò la piazzaforte al nemico. La vendetta non tardò: Prospero Colonna lo fece catturare e impiccare come monito. La morte improvvisa di Sisto IV, il 12 agosto 1484, sciolse d'un colpo la pressione militare. Il successore, Innocenzo VIII, scelse la via della pacificazione e restituì integralmente ai Colonna diritti e giurisdizioni.
Dietro le date degli assedi e i nomi dei condottieri c'è sempre, a Capranica, un corpo sociale che assorbe i colpi della grande storia. È il terzo filo, il meno appariscente e forse il più tenace.
La comunità di Capranica nasce, secondo la tradizione locale, proprio da un atto sociale collettivo: intorno al 730 gli abitanti di Civitas Praenestina sarebbero saliti sui monti per sfuggire alle incursioni longobarde. Il borgo, in questa lettura, è fin dall'origine una risposta comunitaria a una minaccia — un popolo che si organizza per sopravvivere. La strutturazione ordinata del territorio arrivò poi nel X secolo, quando papa Giovanni XIII concesse in enfiteusi l'intera regione prenestina alla sorella, la senatrice Stefania, avviando una politica di ripopolamento e fortificazione.
Ogni volta che il potere si abbatteva sul castello, era la popolazione a pagare il conto: confische, beni sequestrati, figli presi in ostaggio. Ma la stessa comunità che subiva sapeva anche rinascere. Il segno più luminoso di questa capacità è la stagione artistica del Cinquecento. Nel 1520 Giuliano Capranica avviò la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Maddalena, il principale luogo di culto del borgo, dotandolo di una cupola monumentale attribuita dalla tradizione alla scuola del Bramante o all'architetto Guglielmo Pantigati, indicato come allievo di Michelangelo.
Sul piano istituzionale, il lungo cammino verso l'autonomia comunitaria passò attraverso le mani di più dinastie. Il dominio dei Colonna tenne fino al 1563; nel 1568 il feudo passò alla famiglia Capranica e nel 1654 ai Barberini, che nel 1665 concessero alla comunità il primo statuto feudale — primo riconoscimento formale di diritti collettivi — mantenendo però i propri diritti signorili fino alla rinuncia definitiva del 1870.
L'ultima ferita, la più moderna, riporta tragicamente in luce la vecchia condanna geografica del borgo. Tra il 23 e il 25 maggio del 1944, dopo gli sbarchi alleati di Salerno e Anzio, Capranica Prenestina subì devastanti bombardamenti aerei che causarono 39 morti e 27 feriti tra i civili. Cinque secoli dopo Prospero Colonna e Romanello Corso, la stessa montagna che aveva reso il borgo strategico nel Rinascimento lo rendeva vulnerabile nella guerra dei cieli. La comunità pagava, di nuovo, il prezzo della propria centralità.
Messi in fila, i tre fili disegnano un'unica trama. Sul piano ecclesiastico, Capranica dialogava con l'Europa dei pellegrini attraverso la Mentorella e forniva alla Chiesa universale cardinali capaci di fare i papi. Sul piano politico, era pedina strategica di prima grandezza nella secolare partita tra i Colonna e il papato, tanto da meritare crociate, assedi e restaurazioni. Sul piano sociale, era una comunità che nasceva da una fuga collettiva, sopportava confische e ostaggi, e rispondeva alla distruzione con la cupola di Santa Maria Maddalena.
Nessuno di questi fili corre da solo. Il cardinale che orienta un conclave è figlio dello stesso borgo che l'esercito papale assedia; il papa che distrugge il feudo appartiene alla stessa dinastia del papa che lo ricostruisce; la chiesa che rinasce nel 1520 sorge sul territorio dove un santo aveva pregato mille anni prima. Politica, fede e vita comunitaria non sono, a Capranica, capitoli separati: sono la stessa storia guardata da tre angolazioni.
Ecco perché parlare di Capranica Prenestina come di un borgo minore è, storicamente, un fraintendimento. Per quasi un millennio è stata un centro nevralgico — un punto in cui il potere dei baroni, l'autorità dei papi e la fede di un popolo si sono incontrati, scontrati e, ostinatamente, ricostruiti. La montagna non ha mai tenuto Capranica lontana dalla storia. L'ha messa, semmai, esattamente nel mezzo.